audio by crab fisher
For me vision is what you see, to the least extent related to picture.
It is just seeing -- it is a very simple word -- and to be a visionary is to be a seer.
The problem is that most people can't see.
Children can -- they have a much wider range of visual awareness -- because their eyes haven't been tutored to death by man-made laws of perspective or compositional logic.
Every semester I start out by telling my students that they have to see in order to experience film and that seeing is not just looking at pictures. This simple idea seems to be the hardest to get through to people.
But is it really so simple? In your films, to see without picturing is a composite of many visual processes, only one of which is open-eye vision, or what we call normal everyday vision.
Open-eye vision is what we are directly conscious of, but there's much more going on that we ignore. Seeing includes open-eye, peripheral and hypnagogic vision, along with moving visual thinking, dream vision and memory feedback -- in short, whatever affects the eyes, the brain and the nervous system. I believe that all these have a right to be called seeing since they enable us to inherit the spectrum of on optic and nervous system.
Can you define them?
Hypnagogic vision is what you see through your eyes closed -- at first a field of grainy, shifting, multi-colored sands that gradually assume various shapes. It's optic feedback: the nervous system projects what you have previously experienced -- your visual memories -- into the optic nerve endings. It's also called closed-eye vision. Moving visual thinking, on the other hand, occurs deeper in the synapsing of the brain. It's a streaming of shapes that are not nameable -- a vast visual 'song of the cells expressing their internal life.
Peripheral vision is what you don't pay close attenion to during the day and which surfaces at night in your dreams. And memory feedback consists of the editings of your remembrance. It's like a highly edited movie made from the real.
Intervista a Stan Brakhage, 1998
esperimento con fotocamera, 2 di notte
"…perché piace tanto, a noi Orientali, la bellezza che nasce dall’ombra? Anche gli Occidentali sono vissuti per lunghi secoli senza elettricità, senza gas, senza petrolio. Non credo, però, che abbiano mai amato l’ombra come noi. [...] La nostra immaginazione indugia su ogni raggrumarsi dell’ombra; gli Occidentali conferiscono, persino ai fantasmi, la trasparenza del vetro. I colori che amiamo, negli oggetti della vita quotidiana, sembrano il risultato di molti strati d’oscurità; gli Occidentali amano ciò che brilla, come per luce diurna. Ci piace che argento e rame acquistino la patina del tempo; per gli Occidentali, la patina significa sporcizia e mancanza d’igiene, e non cessano di strofinare i metalli perché acquistino la fulgidezza voluta. Nelle stanze in cui abitano, illuminano ogni anfratto, e imbiancano pareti e soffitti. Rasano i prati, che a noi piacciono cosparsi di cespi selvosi. Quale l’origine di gusti tanto dissimili? V’è, forse, in noi Orientali, un’inclinazione ad accettare i limiti, e le circostanze, della vita. Ci rassegniamo all’ombra, così com’è, e senza repulsione. La luce è fievole? Lasciamo che le tenebre c’inghiottano, e scopriamo loro una beltà. Al contrario, l’Occidentale crede nel progresso, e vuol mutare di stato. È passato dalla candela al petrolio, dal petrolio al gas, dal gas all’elettricità, inseguendo una chiarità che snidasse sin l’ultima parcella d’ombra."
[Jun’ichirô Tanizaki, Libro d’ombra (1935), cap. 13, tr. it. Bompiani, pp. 67-68]
questa scatola di metallo che mi ha contenuto, che mi ha riscaldato, che mi ha sfamato e che dentro lei mi ha fatto sciogliere le membra liquefarsi in sogni dopo ore di sudore e pioggia e rocce sotto gli scarponi che ne ha accolto l'alba di un nuovo giorno di un nuovo anno di una nuova era è come le mie mani e il mio corpo e gli occhi nel continuo ascolto della neve su dalle vette sciogliersi in lunghe docce lungo gli antri e gli scivoli delle alte pareti, raccoglierne la metà e della metà berne, e della metà pisciarne, e della metà fiume, e della metà mare, e della metà nuvole, e della metà neve ancora sulle vette e scuoterne ancora le pareti fragilisulla pietra tombale di mia zia, morta di tumore a 28 anni senza eredi della sua memoria, vi era scitto il nome e il cognome.
che la frase di cui sopra sia vera solo in parte è poca cosa dimostrarlo.
eredi della sua memoria siamo noi, tre fratelli che non l'hanno conosciuta, figli di sua sorella che è nostra madre.
lei ci ha raccontato, e noi abbiamo letto tra le righe, dipanando continuamente i caratteri genetici che dalla libreria di famiglia si sono impressi in noi.
un altra cosa non è vera.
la pietra tombale era in via solo temporanea a segnare il posto in cui giacevano i suoi resti.
le ossa e le polveri, in una scatola, erano stati spostati da mesi in un loculo dello stesso cimitero.
lì hanno aspettato insieme ai resti della madre, morta quando ancora mia madre era tredicenne.
come scatole cinesi le eredità fatte di polvere si sono finalmente, dopo decenni, rincontrate.
le falsità fisiche delle parole incise sulla roccia ridotte ad un immagine che ho scansionato sul computer da cui sto scrivendo.
l'eredità di mia zia, impressa nelle rocce del re Antelao che sta alle sue spalle, impressa nel mio immaginario fin dall'infanzia.
dalle sue alte terrazze, riesce a disperdere per tutte le valli fino al mare le ceneri e le polveri di chi lo ha amato, o semplicemente calpestato i piedi tra i suoi boschi, anche i più bassi...
in basso a sinistra si puo vedere il luogo dove il monte mi ha morso.
in centro si vede la cima.
lì, da sempre, aspetta l'eredità mia e di mia mamma, un contratto fatto di carne ossa terra sangue lacrime pietra e sguardi e attese e sogni e ritorni ed eterni ultmi viaggi
che noi, e soltanto noi, io e lei sappiamo, e nessun'altro.

deriva
bastia, corsica, mar tirreno
quaranteseiesima ora senza sonno
rincorrere le nuvole per disperderle.
l'esperimento funziona, mentre in lontananza i fulmini si dileguano
passi sulla battigia, ogni passo a cancellare le impronte precedenti, portate via dal movimento costante del mare.
un pollicino marino che segue l'orrizzonte ai suoi fianchi lungo la costa.
questa sabbia tornerà all'africa e agli oceani, e negli albergi nelle case, nei sogni e nelle città lontane e senza memoria a testimoniarne il passaggio, mai cessato, di ogni paesaggio in un altro paesaggio.
l'orrizonte e il suo cielo capovolto si specchiano, e in questo specchio sta il mezzo di questo viaggio, linee trasversali di ricordi e persone, progetti e ninnenanne, luci e suoni intrappolati in un granello che il mio piede assorbe, come fecondazione, e io divento, io sono i luoghi che attraverso, e le ore mancanti al sonno, e in questa violenta lucida veglia, la necessità infinita di volermi solo e non poterlo.
un isola è una zattera di pietra sulla quale navigo per star fermo infine in un punto, avendo questa zattera messo le sue vele di montagne in un altrove, e finchè cammino son fermo, il nomadismo è l'assecondare la posizione in uno spazio sospeso e rimanere fermi agli occhi di sopra.
e ora son fermo, ora solo ora, sparato a folle velocità nel cosmo rotolante
e' strano come la polvere sviluppi sue strategie di riemersione dagli angoli remoti delle case...
cosi capita di ritrovare testi perduti nell'ultimo crash del mio pc
stavo sfogliando le pagine in rete di fabio, subito sono andato alle vecchie edizioni di mav
rileggere queste frasi ha riaperto un varco verso un mondo che era quello dove galleggiavo anni fa
dei paesaggi lunari che dipingevo, delle colonne sonore per fughe nell'eclissi che componevo, non e' rimasta alcuna traccia, o forse, solo la polvere che si staccava dai dipinti e certi suoni capatati chissa' come e chissa' quando, imprigionati in un nastro.
quindi prese lo stiracapelli e dimostrò tutta la leggerezza dei suoi
movimenti, l'agilità felina delle dita nel farlo ruotare, l'equilibrio
sospeso e d elegante di ogni suo g.esto_
ballava volando nell'aria. lo stira capelli. poi
senza accorgersene neanche, interruppe con l'umido rosso ogni moto di
ossa, scivolando nell'occhio destro di lui________
_________ora le sue mani di
mamma stavano rimboccando dolcemente le coperte, un lenzuolo di morte a
chi ride, le sue mani agili di carta_piangevano, perchè gli occhi non
potevano.
lui venne da dietro, con fare sicuro di chi brama ed .ma
le cinse i fianchi, ma lei si scostò: avvicinandosi ad un tavolo,
allungò le dita verso un oggetto.
metallo.. .. >o.dx
lascaito che sulla pagina si posasse la polvere del tempo, delle azioni previste e non compiute, e il generarsi delle azioni quotidiane inaspettate e confuse e quindi l'abitudine e la sua successiva distruzione. come quando finiro' di scrivere tutto questo, e dovro' aspettare per rileggere perche' non compiuto, ma auto compiente, rivedro' compilare i kimiei pensieri che ora ho perso se guardo indietro, e ne vedro' gli errori di battitura la trascrizione diretta di pensiero e pazrola che ora e' gesto e non suono, ma quello come sappiamao e' un altra cosa, compiuta e inconsistente nell'atto stesso di ascolatere il proprio setsso fluire ne i secondi e diventare polvere noi stessi a p oco a poco
se ora convalidassi il post, meta' del mio scritto verrebbe persa, e la stessa cosa che affer,mo in questa frase sarebbe visibile ma non dichiarata, mentre al momento attuale, dichiarata ma non eseguita
come quando finiro' di scrivere tutto questo e dovro' aspettare per rileggere il mio passato ora riafforante, che ho colto per un attimo e seguito, ogni nostro passo in qualsioasi direzione e' l'apertura di migliaia di possibilita';, di possibili, cosi' come la scrittura non e'altro che un diabolico strumento/esercizio di esaurimento, fino alla dissoluzione di ogni piu' piccolo possibile mondo sensibile fatto di
ora cio' che ho scritto minuti fa si compila in automartico, come una clessidrta che lascia scenbdere una lettera al secondo... e dove gli errori, che non correggero', si sedimentano sul foglio, su questa tastiera, che non puliro', intattata, non rapporesentazione di un pensiero, ma unico fluire di un attimo vissuto altrove, non qui di fronte allo schermo, ma a compiere i miei passi per guadarne il fiume,
le mie tracce mi scorrono davanti inesorabili, quindi, in atte mo vado a farmi un caffe'
ora che contemplo come in un libro magico che scrive da se' la storia che contiene, e' incredibile vedre quando facevo errori e li correggevo
videoinstallzione di dan graham alla biennale del 2003,
era un vecchio lavro degli anni settatanta
si vedeva se stessi ripresi dal riflesso di uno specchioio, a distanza di minuti...
sta venedo su il caffe'
quando tornero', mi rivewdro' e convalidero' il post
non so cosa scriv non so cosa scrissi fino a questo momento, so solo che ho iniziato, e questa
e' la fine




